Weimar, ombelico del secolo breve. La repubblica di Weimar di David Bernardini su Le Monde Diplomatique - Dicembre 2020
17 Dicembre 2020

Weimar, ombelico del secolo breve

I quindici anni scarsi della Repubblica di Weimar costituiscono uno dei  capitoli più importanti della storia del Novecento. Tra il 1918 e il 1933, la Germania del primo dopoguerra fu investita da una impression- ante ondata di contraddizioni economiche, politiche, ideologiche e militari. Si tentaro- no insurrezioni. Si approvarono costituzi- oni. Si sperimentarono nuove politiche eco- nomiche e singolari innovazioni artistiche. Si combatterono battaglie in cui vennero mobilitate dosi massicce di risorse ideali, spingendo a verifica le principali  strat- egie e tattiche del pensiero contemporaneo. Una vicenda, quella di Weimar, in  cui élite e masse conobbero una continua e turbo- lenta interazione. Una vicenda consumata sotto il segno della krisis e inghiottita dal nazismo. Di qui il suo fascino inquietante e l’attrattiva quasi morbosa esercitata in- interrottamente sugli storici e sui  politici del continente europeo. Weimar significa democrazia borghese, e significa insuffi- cienza della democrazia borghese. Weimar vuole dire sconfitta del più grande movi- mento operaio dell’Occidente capitalistico: un movimento diviso, che nella sua variante comunista si considerava alle porte della dittatura del proletariato, e nella sua ala so- cialdemocratica cercava di imporre una di- rezione socialista al capitalismo organizzato

dei grandi monopoli. La divisone fra le due componenti era inevita- bile? E fu ineluttabile il processo che condusse all’affermazione del nazismo quale forza politica e so- ciale dotata di vasta presa sulla po- polazione tedesca?

Sono domande quasi banali. Eppure sono le domande. A ripro- porle è ora lo studio agile e utile  di David Bernardini, intitolato La

repubblica   di   Weimar.   Lotta di uomini e ideali (Diarkos). Il libro si legge rapidamente, e fornisce numerosi dettagli poco noti al pub- blico italiano. Vengono ricapitolati

senza tesi irrigidite gli eventi di quegli anni,

restituendo al lettore la voglia di tornare a riflettere sulla “breve durata” di un periodo in cui ci si è sempre specchiati per compren- dere meglio innanzitutto se stessi.

Giovane  storico  cremasco,  Bernardini ha al suo attivo numerosi articoli e saggi dedicati all’anarchismo  internazionale  e alle correnti politiche reazionarie del primo dopoguerra tedesco. Le sue simpatie vanno chiaramente alle pratiche antiautoritarie e solidali  dell’anarchismo,  “terzo   escluso” di tanta parte della storia del Novecento, e

forse per questo la sua ricerca su Weimar tende a smarcarsi dalle radicali e consuete controversie fra socialdemocratici e comu- nisti. Ma l’impianto del volume non è affatto elusivo o reticente. La progressiva milita- rizzazione e gerarchizzazione del conflitto sociale tedesco  negli  anni  Venti  e  Trenta è descritta non senza disagio, ma  anche  con l’equilibrata coscienza della centralità dell’efficacia e della coesione all’interno della lotta degli individui e delle classi. Non abbiamo, per dirla in soldoni, i soliti tab- leaux in cui una insostituibile Rosa Luxem- burg, circondata da colti dirigenti sparta- chisti, viene contrapposta al rozzo, pedestre e gregario bolscevismo tedesco destinato a culminare nella linea del “Terzo periodo” gestita da Ernst Thälmann. Il quadro pro- posto da Bernardini è ben più sfaccettato.  E, se ai tentativi insurrezionali del periodo 1919-1923 è forse dedicato uno spazio che poteva essere maggiore, lo sviluppo para- militare della lotta politica nel periodo suc- cessivo risulta bene indagato tanto nel rap- porto costitutivo intrattenuto con le vicende parlamentari, quanto nel suo risvolto sociale e ideologico agglutinante e polarizzante.

Si  può  anzi  dire  che  proprio  su questo

piano la Weimar di Bernardini risulta par- ticolarmente interessante. I primissimi anni della storia repubblicana tedesca ruotano infatti intorno alle grandi fiammate

dei putsch, delle insurrezioni scon- fitte, delle crisi sociali prodotte da- gli effetti dirompenti del trattato di Versailles. La successiva e fugace stabilizzazione intervenuta a metà degli anni Venti lascia invece pres- to spazio a un particolare combina- to di lotta parlamentare e conflitto paramilitare, in cui si distingue ovviamente  il  ruolo  delle correnti reazionarie    völkisch, ma nel quale interven- gono con varia cosci- enza e diseguale deter- minazione i comunisti,

i  socialdemocratici,  gli  anarchici.  Qui, dal

circuito insurrezionale che ruota intorno al plesso grande fabbrica – sciopero generale – direzione centralizzata del partito, si passa a una guerra civile strisciante in cui contano il controllo aggressivo del territorio, lo scontro endemico fra bande dotate di identità sem- plificate, la militarizzazione progressiva dei linguaggi politici e degli apparati simbolici. Qui la propaganda e la retorica del nemico assumono una funzione eminente anche nel campo della sinistra. Ma sarebbe sbagliato dimenticare  che,  in  questo  finale  di   partita, furono attivi intellettuali come Brecht, Piscator, Dix, Grosz. Non si andava per il sottile nemmeno facendo avanguardia. E così si inventarono i pugni chiusi. Così dal pensoso Beruf weberiano si passò a calzare stivali e a indossare giubbe squadrate ser- rate da cinturoni bellicosi. Così si riesumò l’esperienza proletaria del fronte, nella quale l’operaio-soldato aveva sperimentato valore, cameratismo, disprezzo del pericolo.

Tutto questo, e altro ancora (come le as- sociazioni sportive operaie, quelle ateis- tiche, quelle per la riforma e l’uguaglianza sessuale che Bernardini opportunamente ricorda), fu seppellito dal nazismo, che della semplificazione militaresca della vita po- litica si giovò più di chiunque altro. Nel libro affiora pertanto l’idea che, al movimento operaio, “copiare” il nemico sia servito a ben poco. Anche perché, sembra dirci Ber- nardini, dalla Grande guerra era sgorgata una vena di brutalizzazione dei comporta- menti sociali che era forse il connotato più profondo   dell’antropologia   nazista   e   che nulla poteva avere a che spartire con il campo proletario.

Restano tuttavia i fatti. Tra fronti unici dall’alto e dal basso, tra appelli all’unità e coazioni divisive, il comunismo tedesco trovò sempre di fronte a sé un legalitarismo

socialdemocratico catafratto e assassino. Non si tratta solo di Noske. Fino alle soglie dell’affermazione del nazismo, i prefetti socialdemocratici ordinarono di sparare sugli operai e sui disoccupati comunisti. Bernardini ne è ben consapevole. Le sue domande sono pertanto legittime. Ma il tempo condensato di Weimar continua a interrogare il presente, con una drasticità che irride la nostra disillusione e la nostra inerte complessità.

GERALDINA COLOTTI