Weimar, ombelico del secolo breve. La repubblica di Weimar di David Bernardini su Sinistrainrete
21 Dicembre 2020

Weimar, ombelico del secolo breve

di Geraldina Colotti

David Bernardini: La repubblica di Weimar. Lotta di uomini e ideali, Diarkos, 2020, 18,00 euro

I quindici anni scarsi della Repubblica di Weimar costituiscono uno dei capitoli più importanti della storia del Novecento. Tra il 1918 e il 1933, la Germania del primo dopoguerra fu investita da una impressionante ondata di contraddizioni economiche, politiche, ideologiche e militari. Si tentarono insurrezioni. Si approvarono costituzioni. Si sperimentarono nuove politiche economiche e singolari innovazioni artistiche. Si combatterono battaglie in cui vennero mobilitate dosi massicce di risorse ideali, spingendo a verifica le principali strategie e tattiche del pensiero contemporaneo. Una vicenda, quella di Weimar, in cui élite e masse conobbero una continua e turbolenta interazione. Una vicenda consumata sotto il segno della krisis e inghiottita dal nazismo. Di qui il suo fascino inquietante e l’attrattiva quasi morbosa esercitata ininterrottamente sugli storici e sui politici del continente europeo. Weimar significa democrazia borghese, e significa insufficienza della democrazia borghese.

Weimar vuole dire sconfitta del più grande movimento operaio dell’Occidente capitalistico: un movimento diviso, che nella sua variante comunista si considerava alle porte della dittatura del proletariato, e nella sua ala socialdemocratica cercava di imporre una direzione socialista al capitalismo organizzato dei grandi monopoli. La divisone fra le due componenti era inevitabile? E fu ineluttabile il processo che condusse all’affermazione del nazismo quale forza politica e sociale dotata di vasta presa sulla popolazione tedesca?

Sono domande quasi banali. Eppure sono le domande. A riproporle è ora lo studio agile e utile di David Bernardini, intitolato La repubblica di Weimar. Lotta di uomini e ideali (Diarkos). Il libro si legge rapidamente, e fornisce numerosi dettagli poco noti al pubblico italiano. Vengono ricapitolati senza tesi irrigidite gli eventi di quegli anni, restituendo al lettore la voglia di tornare a riflettere sulla “breve durata” di un periodo in cui ci si è sempre specchiati per comprendere meglio innanzitutto se stessi.

Giovane storico cremasco, Bernardini ha al suo attivo numerosi articoli e saggi dedicati all’anarchismo internazionale e alle correnti politiche reazionarie del primo dopoguerra tedesco. Le sue simpatie vanno chiaramente alle pratiche antiautoritarie e solidali dell’anarchismo, “terzo escluso” di tanta parte della storia del Novecento, e forse per questo la sua ricerca su Weimar tende a smarcarsi dalle radicali e consuete controversie fra socialdemocratici e comunisti. Ma l’impianto del volume non è affatto elusivo o reticente. La progressiva militarizzazione e gerarchizzazione del conflitto sociale tedesco negli anni Venti e Trenta è descritta non senza disagio, ma anche con l’equilibrata coscienza della centralità dell’efficacia e della coesione all’interno della lotta degli individui e delle classi. Non abbiamo, per dirla in soldoni, i soliti tableaux in cui una insostituibile Rosa Luxemburg, circondata da colti dirigenti spartachisti, viene contrapposta al rozzo, pedestre e gregario bolscevismo tedesco destinato a culminare nella linea del “Terzo periodo” gestita da Ernst Thälmann. Il quadro proposto da Bernardini è ben più sfaccettato. E, se ai tentativi insurrezionali del periodo 1919-1923 è forse dedicato uno spazio che poteva essere maggiore, lo sviluppo paramilitare della lotta politica nel periodo successivo risulta bene indagato tanto nel rapporto costitutivo intrattenuto con le vicende parlamentari, quanto nel suo risvolto sociale e ideologico agglutinante e polarizzante.

Si può anzi dire che proprio su questo piano la Weimar di Bernardini risulta particolarmente interessante. I primissimi anni della storia repubblicana tedesca ruotano infatti intorno alle grandi fiammate dei putsch, delle insurrezioni sconfitte, delle crisi sociali prodotte dagli effetti dirompenti del trattato di Versailles. La successiva e fugace stabilizzazione intervenuta a metà degli anni Venti lascia invece presto spazio a un particolare combinato di lotta parlamentare e conflitto paramilitare, in cui si distingue ovviamente il ruolo delle correnti reazionarie völkisch, ma nel quale intervengono con varia coscienza e diseguale determinazione i comunisti, i socialdemocratici, gli anarchici. Qui, dal circuito insurrezionale che ruota intorno al plesso grande fabbrica – sciopero generale – direzione centralizzata del partito, si passa a una guerra civile strisciante in cui contano il controllo aggressivo del territorio, lo scontro endemico fra bande dotate di identità semplificate, la militarizzazione progressiva dei linguaggi politici e degli apparati simbolici. Qui la propaganda e la retorica del nemico assumono una funzione eminente anche nel campo della sinistra. Ma sarebbe sbagliato dimenticare che, in questo finale di partita, furono attivi intellettuali come Brecht, Piscator, Dix, Grosz. Non si andava per il sottile nemmeno facendo avanguardia. E così si inventarono i pugni chiusi. Così dal pensoso Beruf weberiano si passò a calzare stivali e a indossare giubbe squadrate serrate da cinturoni bellicosi. Così si riesumò l’esperienza proletaria del fronte, nella quale l’operaio-soldato aveva sperimentato valore, cameratismo, disprezzo del pericolo.

Tutto questo, e altro ancora (come le associazioni sportive operaie, quelle ateistiche, quelle per la riforma e l’uguaglianza sessuale che Bernardini opportunamente ricorda), fu seppellito dal nazismo, che della semplificazione militaresca della vita politica si giovò più di chiunque altro. Nel libro affiora pertanto l’idea che, al movimento operaio, “copiare” il nemico sia servito a ben poco. Anche perché, sembra dirci Bernardini, dalla Grande guerra era sgorgata una vena di brutalizzazione dei comportamenti sociali che era forse il connotato più profondo dell’antropologia nazista e che nulla poteva avere a che spartire con il campo proletario.

Restano tuttavia i fatti. Tra fronti unici dall’alto e dal basso, tra appelli all’unità e coazioni divisive, il comunismo tedesco trovò sempre di fronte a sé un legalitarismo socialdemocratico catafratto e assassino. Non si tratta solo di Noske. Fino alle soglie dell’affermazione del nazismo, i prefetti socialdemocratici ordinarono di sparare sugli operai e sui disoccupati comunisti. Bernardini ne è ben consapevole. Le sue domande sono pertanto legittime. Ma il tempo condensato di Weimar continua a interrogare il presente, con una drasticità che irride la nostra disillusione e la nostra inerte complessità.

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