Per molti appassionati di sport, Angelo Mangiante, 55 anni, è il giornalista che ci accompagna in tante partite della Serie A e della Champions League. «Ma il mio unico e grande amore sarà sempre il tennis»
ngelo Mangiante, prima di riuscirci altrove, ci ha provato in campo. Il suo primo approccio al tennis non è contenuto nel libro Le leggende del tennis pubblicato per Diarkos, ma è vivo nei ricordi: nel 1986 è stato numero 708 al mondo, ed erano i tempi in cui «incontravo in Spagna Riccardo Piatti, che girava per i Futures con i suoi ragazzi delle Pleiadi di Moncalieri. Mi capitava di incontrare nei tabelloni di qualificazione Furlan, Caratti, Mordegan, Brandi». Angelo giocava il tennis dei suoi tempi, soprattutto in Italia: se nel calcio era palla lunga e pedalare, qui era correre, arrotare e non sbagliare.
«Per forza: sono del 1965, quando Panatta vinse Roma e Parigi avevo 11 anni e, per imitarlo, passavo le ore a palleggiare contro il muro. Solo che, ai tempi, la didattica del tennis non era così sofisticata. Abitavo a Roma sud, vicino a casa avevo il circolo Virtus che fu pioniere per le accademie: non c’erano soci vecchio stampo, era in mano a due fratelli, i Ciabocco, che amavano il tennis e il padre aveva costruito loro un piccolo club per far allenare i ragazzini. C’erano i fratelli Francesco e Simone Ercoli, Alessandro De Minicis… Un mondo lontano, si giocava con le racchette di legno. Soprattutto, il mio maestro amava il ciclismo e diceva che il tennis doveva essere una sofferenza. Voleva un tennis di regolarità: guai a giocare una smorzata per liberarsi dello scambio. Quindi sono cresciuto così, pensando a Borg, a Vilas. Un tennis di regolarità e di fatica».
Ma perché proprio il tennis? Adriano aveva il padre custode dei Parioli, i tuoi erano appassionati?
«Per niente. A casa mia, il tennis lo portò la televisione. Mio padre aveva un vivaio, di cui poi hanno preso a occuparsi i miei fratelli. Non credo sia mai venuto a vedere una mia partita, né che tuttora conosca i punteggi del tennis. Stessa cosa per mia madre. Sono io che l’ho preso sul serio, nel senso che avevo una passione sfrenata per questo sport. I miei non capivano perché, ma accettavano».
Solo che emergere dai tornei Futures era affare per pochi.
«Pochissimi. Nel libro ho celebrato i campioni che mi hanno accompagnato nei miei sogni giovanili, fino a quelli di oggi, ma superare l’inferno del tennis è un’impresa eroica per tutti. Se arrivi a essere numero 200 del mondo, hai già fatto un miracolo».
E dopo cosa accadde?
«Che feci il corso Ptr da Luciano Botti, a Merano. In uno dei raduni conobbi il mitico Dennis Van Der Meer: mi chiese di dargli una mano a seguire Amanda Coetzer (ex numero 3 Wta), soprattutto quando veniva a giocare e allenarsi in Europa».
Le cronache del tempo riferiscono che non vi limitaste agli allenamenti.
«Ecco, in effetti una volta andai a Prato per la Coppa Davis e vidi Rino Tommasi. Lui e Gianni Clerici mi prendevano in giro per la Coetzer, scherzavano pretendendo dettagli privati. Ma dire una cosa a Gianni equivaleva a farla sapere in conferenza stampa! Poi iniziai, un po’ per gioco, a scrivere. Collaborai con qualche rivista, la prima fu Tennis Oggi, che aveva la redazione a Roma. Poi Stefano Semeraro mi chiamò da Matchball, che era il quindicinale di riferimento per giovani che seguivano il tennis in Italia. Più avanti, proseguii con Tennis Italiano».
Gira una buffa storia sul tuo esordio in telecronaca, su Eurosport. È raccontabile?
«Capitò che la Gialappa’s Band, per un’estate intera, prendesse in giro una telecronaca Rai, del povero Ignazio Scardina. A quei tempi, la versione italiana di Eurosport era gestita da una parte della redazione sportiva della tivù di Stato. Commentò un match tra Nicolas Kiefer e Marzio Martelli scambiando i due giocatori, dall’inizio alla fine. Questo provocò danni all’azienda anche perché, lungo tutto il corso della partita, nessuno era stato in grado di avvertirlo della svista. Un giorno mi chiamò Mario Giobbe, il responsabile del servizio di Eurosport per l’Italia: mi disse che gli serviva un esperto di tennis e mi chiese di affiancare i loro telecronisti. Iniziai come spalla tecnica, con Marco Mazzocchi e altri colleghi».
Intervista completa: https://tennismagazineitalia.it/magazine/angelo-mangiante-questo-piccolo-grande-amore?s=08