RECENSIONE libro “Francesco Totti. Solo un capitano”
di Alessandro Ruta edito da DIARKOS, a cura di Ilaria Solazzo.
Francesco Totti, il mito che non tramonta. Chi ama il calcio e l’ha visto giocare, anche solo attraverso la televisione, lo sa benissimo. Non si può dimenticare la perfezione del suo gioco, l’armonia delle sue traiettorie, la decisione con cui Totti conquistava le “pole position” ogni domenica, la sua sana cattiveria agonistica con cui si ritrova ad affrontare tutte le partite indossando la sua maglia numero 10. È stato, dicono, il più grande di tutti, non solo il romano e romanista più amato. Certamente ha segnato un’epoca nella storia della Roma calcio serie A. Ma non c’è solo questo. Indimenticabile il suo volto, con quel sorriso malinconico da eterno bambino sempre alla ricerca della felicità. C’era e c’è qualcosa di “speciale” in lui, che genera ammirazione, simpatia, affetto. Per queste caratteristiche umane e sportive, non solo per i trionfi, il mito di Francesco Totti continua nel tempo. A ravvivarlo contribuisce anche il libro di Alessandro Ruta, giornalista e scrittore: «Francesco Totti. Solo un capitano» edito dalla Diarkos. Alessandro Ruta ricostruisce la vita del grande campione italiano, partendo dalla fine. L’autore ci fa gradualmente ripercorrere la vita di Totti, quella sportiva, certamente, dalla passione giovanile per il pallone agli esordi in serie A. Ci parla della sua mania di perfezione, dell’impegno continuo per migliorare se stesso e il suo gioco. Non nasconde, il racconto di Alessandro Ruta, le avversità incontrate da Totti in quel mondo difficile e spesso, soprattutto all’inizio, piuttosto ostile verso un ragazzino venuto a buttar giù dal gradino più alto del podio chi pensava di poterci rimanere ancora a lungo. Capivano tutti coloro che lo vedevano giocare che, ben presto, sarebbe stato lui il migliore, l’idolo della gente. Così si spiegano i contrasti con alcuni colleghi e alcuni allenatori. Ma c’è anche amicizia vera in quel mondo difficile. Con Vincent Candela, amici da sempre. Sono stati compagni di squadra dal 1997 al 2005. Ma c’è anche la vita privata di Totti nel libro di Alessandro Ruta. Presentata, pur senza nascondere anche aspetti forse non proprio esaltanti, sempre con delicatezza, con quel rispetto che si deve all’intimità delle persone. Ci sono i racconti di un Francesco bambino che gioca nel quartiere nel quale abita insieme ai suoi genitore e a suo fratello, le sue prime partite con la Lodigiani, la proposta di Silvio Berlusconi per renderlo un mito del Milan, la mamma Fiorella e la sua felicità nell’aver appreso che il suo ragazzo giocherà in casa presso il club della Roma. Una mamma italiana, la cara Fiorella, amorevole e protettiva, che, serena di avere il suo ragazzo vicino, si entusiasma all’idea di portarlo lei stessa con la sua 126 allo stadio delle Tre Fontane, sull’immensa Via Cristoforo Colombo, nel quartiere Eur, dove si sarebbero effettuati gli allenamenti della squadre giovanili giallorosse. Poi viene descritto l’incontro di Francesco ancora giovanissimo con il grande Dino Viola, presidente unico nella storia giallorossa, il quale gli disse: “Tu sei Francesco, vero? Tutti mi dicono di te. Quanti anni hai?” a cui seguì la risposta del timido Totti e una profezia dell’indimenticabile Dino: “Ecco, quattordici. Se continui così, dirò all’allenatore di farti debuttare in Serie A quando ne avrai sedici, appena il regolamento lo consente. Francesco Totti, vero? Bravo, bravo. La Roma avrà bisogno di te”. Una frase quella che seppur detta inconsapevolmente ha segnato l’inizio della leggenda Totti. Alessandro Ruta riporta anche la prima volta che Francesco comparve in una trasmissione sportiva, ovvero il 6 aprile del 1996 nel programma chiamato “Pressing” condotto su Rete Oro, da Alberto Mandolesi. Ci fa riemergere inoltre il ricordo di quei dodici gol che segnò Totti nel campionato 1998/1999 di cui ce n’è uno che è rimasto impresso per sempre nella sua galleria di momenti memorabili in maglia giallorossa. Non mancano i racconti sul rapporto tra Totti e suo padre Enzo soprannominato da tutti “Lo sceriffo”, le prime amicizie e gli amori. La vita di un uomo, insomma; quella di un Francesco con una vita vera, intensa, nel suo tragitto fino ad oggi. Lo scrittore Alessandro Ruta si sofferma su alcuni passaggi fondamentali per noi lettori, come il Totti e il suo ruolo come centrocampista, scelta quasi obbligata per i Mister che hanno avuto la fortuna di allenarlo, data la classe “pulita” che il giovane Totti ha esibito con estrema disinvoltura. Poi, nel 1986, il passaggio alla Lodigiani, primo passo importante verso il calcio che conta. Totti allenato prima da Fernando Mastropietro e poi da Emidio Neroni, due figure importanti dal punto di vista calcistico per il ragazzo. Dopo altre due stagioni, la famiglia Totti venne sottoposta al dilemma: la Lodigiani fa presente che Francesco fa gola sia alla Roma che alla Lazio. Nessuna esitazione per i “romanisti” genitori: il giovane calciatore di Porta Metronia approda a Trigoria nel 1989, iniziando la sua carriera in giallorosso, partendo dalle giovanili. Tornando alla Roma, nel 1994 a Trigoria arriva Carletto Mazzone, uomo che lancerà definitivamente Francesco sul grande palcoscenico del calcio che conta e che per lui resterà sempre un punto di riferimento importante, un secondo padre a cui chiedere consiglio nei momenti difficili. Il 4 settembre 1994 arriva il suo primo gol con la casacca dei “grandi”: all’olimpico, davanti al pubblico del quale fino a pochi anni prima faceva parte, in veste di piccolo tifoso, segna contro il Foggia. Forse è quello il vero inizio della favola del numero dieci della Roma. Favola che ha conosciuto anche momenti difficili come la scarsa considerazione di Carlos Bianchi, l’allenatore argentino che non lo “vedeva” (che lo stava per cedere alla Sampdoria), ma che ha trovato la sua più splendida continuazione nel biennio Zeman: proprio il tecnico boemo, altra figura importantissima nella Totti story, valorizza al massimo il bagaglio tecnico del trequartista inserendolo a sinistra nel tridente di attacco. E’ il boom: tutti, anche i più scettici, ammettono di trovarsi davanti ad un vero fenomeno del calcio internazionale. E lui risponde a suon di gol e di premi vinti per le altissime medie voto mantenute su tutti i quotidiani per tutto l’arco del campionato. Ma il libro di Alessandro Ruta, al di là delle tantissime informazioni che fornisce e della pregevole prosa in cui è scritto, ha un altro pregio che lo caratterizza: è la sua impostazione. Ne risulta un racconto avvincente, coinvolgente. Leggendolo viene da pensare alle tante voci che si alternano e si intrecciano per presentare tutte le sfaccettature della storia. Davvero un libro ben fatto. Per il resto… Consiglio a tutti di comprarlo e di leggerlo.
INTERVISTANDO… ALESSANDRO RUTA
Alessandro Ruta è nato a Milano nel 1982, vive tra l’Italia e Bilbao, nei Paesi Baschi. Giornalista e scrittore, ha lavorato alla Gazzetta dello Sport e a Mediaset.
ILARIA – Quando è nata in te l’idea di scrivere il libro “Francesco Totti. Solo un capitano”?
ALESSANDRO – L’idea più che a me è venuta alla casa editrice Diarkos che giusto un anno fa, dopo aver finito la biografia di Messi, me l’ha proposta. E io ho accettato con molto entusiasmo, perché mi affascinava l’aspetto di poter scrivere di nuovo su un grande campione.
ILARIA – Totti per tanti italiani rappresenta un idolo. Un uomo che ha segnato un epoca. Per te cosa rappresenta Francesco Totti?
ALESSANDRO – Premessa, io sono milanista, ma mi ritengo anche molto obiettivo, specie nei confronti della mia squadra. A parte questo, ho anche un’età che mi ha consentito di vedere praticamente tutta la carriera di Totti, dagli esordi fino alla fine. E questo in fondo è ciò che rappresenta per me Totti, forse ancora più di Maldini, per dire, la bandiera del Milan a cui sono affezionato maggiormente, ma che ha iniziato a giocare quando ero un neonato. Quella di Francesco è stata una longevità clamorosa, che dopotutto mi ha accompagnato, seppur solo da osservatore, per 25 anni.
ILARIA – Nel tuo libro dedicato all’ex capitano della Roma si evince tutta la stima che nutri per questo calciatore di fama mondiale. Che rapporto hai con il calcio?
ALESSANDRO – Va un po’ a momenti. Potrei dire che sono un “nostalgico” del gioco, delle partite di pomeriggio, di quando andavo allo stadio con mio nonno che tanti anni fa vendeva i giornali fuori da San Siro quando la domenica le edicole erano chiuse. Una volta ero anche più tifoso, più “accecato”, ma diventando giornalista, e soprattutto giornalista sportivo, mi sono quasi imposto una maggior sobrietà . Poi a me più delle polemiche piacciono le storie e le persone. Come giocatore non sono mai andato oltre l’oratorio, nel senso delle partitelle tra amici: in compenso ho fatto, seppur a livello, infimo e tra mille virgolette, l’allenatore di una squadra dilettantistica del paese dove vivo, il Vulcano di Otxandio, sesta serie spagnola. Un’avventura raccontata nel libro “I bambini mi chiamano Ancelotti”, edito da Urbone
ILARIA – Quanto tempo hai impiegato per scrivere questo “prezioso” libro?
ALESSANDRO – In realtà poco, rispetto a Messi, perchè l’ho scritto quando il tempo era totalmente dilatato, cioè durante il primo lockdown. Non sono state settimane semplici, con una figlia piccola in casa, ma mi ero dato una struttura: di giorno riguardavo le partite e prendevo nota dagli archivi dei giornali (sempre siano lodati quelli online) e la sera quando ero l’unico rimasto sveglio mi mettevo a scrivere. Così, per circa un mese e mezzo.
ILARIA – Cosa pensi di Francesco Totti come sportivo e come personaggio pubblico?
ALESSANDRO – Come sportivo lo ritengo uno dei tre-quattro calciatori più forti degli ultimi 40 anni. Dico 40 perchè voglio rimanere in un arco di tempo che ho vissuto anche io, senza andare a Riva, Rivera, Mazzola, Paolo Rossi e compagnia, che non ho mai visto. Il miglior Totti poteva decidere partite importanti anche solo con un calcio di punizione, ma non aveva punti deboli. Il personaggio pubblico, per me è cio che rende Francesco un caso forse unico al mondo, perché nessuno come lui ha coniugato risultati sul campo, riconoscibilità e immedesimazione con una città . E poi, lo posso dire? Mi sta molto simpatico umanamente.
ILARIA – Se tu dovessi fare un bilancio della lunghissima carriera di Totti, quanto pensi abbia dato e quanto presumi abbia ricevuto dal calcio?
ALESSANDRO – Direi che siamo in parità . Ha dato tantissimo: intanto ha vinto un Mondiale, e l’Italia ci è riuscita quattro volte in un secolo, e per poco non porta a casa anche un Europeo, quello del 2000, da miglior giocatore della manifestazione. Per quanto riguarda la Roma non c’è neanche da discutere, ha messo la squadra sulla mappa del calcio internazionale, si è reinventato come ruolo e per i tifosi giallorossi è una sorta di mito, con tutto quello che ha vinto. Poteva finire meglio la sua avventura col club? Al momento direi di si, ma c’è ancora tanto tempo davanti, quindi secondo me rientrerà in società in qualche modo.
ILARIA – Come vedi il calcio in Italia? Ci sono calciatori che secondo te, dopo Totti, nella Roma, possono scrivere nuove pagine interessanti?
ALESSANDRO – Della Roma mi piace molto Pellegrini, tra quelli diciamo più collegabili a Totti in quanto romani e romanisti. Il fatto è che di Totti ne nasce uno in un secolo, forse, e quindi bisognerebbe far capire a molti addetti ai lavori che è inutile cercarne di nuovi, quando non ce ne sono.
ILARIA – A pag. 127 parli dei gol bellissimi e di quelli inutili. Ma il gol più importante Totti lo ha fatto sposando la sua Ilary con cui ha creato una famiglia da copertina. Totti si è fatto amare per la sua semplicità, umiltà e generosità. Dicono che dietro un grande uomo ci sia una grande donna. Dietro Totti di donne ce ne sono due: Fiorella e Ilary. Sono loro che lo hanno reso semplicemente Francesco… Sei d’accordo?
ALESSANDRO – Assolutamente d’accordo. Più di Ilary, che è diventata “di casa”, essendo un volto noto della televisione, a me ha sempre commosso la storia di mamma Fiorella, che scarrozzava da una parte all’altra di Roma il figlio in macchina agli allenamenti mentre Francesco studiava e mangiava in contemporanea, e a volte si addormentava per la stanchezza. I genitori sono sempre fondamentali nella vita di uno sportivo.
ILARIA – Inizi il tuo libro raccontando del Francesco padre che accompagna il figlio Cristian agli allenamenti. Poi affronti l’infanzia di Francesco e delle figure che lo hanno reso il Totti amato da tutti. Per poi arrivare alla conclusione della sua prestigiosa carriera. Secondo te ha fatto bene Totti a rimanere in una sola squadra di serie A per tutta la sua lunga carriera? O avrebbe dovuto accettare proposte straniere allettanti?
ALESSANDRO – Secondo me rimanendo a Roma ha scelto di entrare nel mito. Quanti giocatori, andando in club grandi, si sono persi? I casi sono molteplici e sono sicuro che sarebbe successo lo stesso anche a Totti. Lui non ha avuto paura di vincere meno (ma in proporzione ha davvero vinto meno?) pur di rimanere attaccato al suo mondo e alla sua gente. Temo che, per esempio andando al Real Madrid, avrebbe fatto la fine di Cassano.
ILARIA – Secondo te qual’è stata la partita decisiva che lo ha incoronato Capitano della Roma?
ALESSANDRO – Ce ne sono tante, in realtà. Come icona, senz’altro la partita dello scudetto, il 3-1 al Parma quando apre le marcature con quel gol in cui sembra quasi che stia calciando tutta la tifoseria romanista. Ma più ancora di questo momento storico, vorrei segnalare l’altrettanto celebre derby del 1998-99 quando segna e mostra la maglietta “Vi ho purgato ancora”.
ILARIA – Nel 2006 Totti è stato campione del mondo indossando la maglia della nazionale italiana con cui ha dato il meglio di sé. Pensi che in un futuro prossimo Francesco possa diventare il Mister della nazionale italiana?
ALESSANDRO – Per diventare commissario tecnico dell’Italia ci vogliono talmente tanti prerequisiti, non per forza tecnici, ma anche politici e di relazioni con le istituzioni, che la vedo dura. Non vedo Totti nemmeno come allenatore, per cui figuriamoci da c.t. dell’Italia.
ILARIA – Credi che il figlio Cristian potrà ripercorrere la carriera calcistica di suo padre?
ALESSANDRO – Io glielo auguro, ma la storia insegna che sono ben pochi i casi di figli che diventano forti come o più dei padri. Si contano sulla punta delle dita. Ecco, se facesse come la dinastia Conti, con Daniele che si è ritagliato un onestissimo spazio in Serie A, sarebbe già un bel risultato.
ILARIA – Com’è il tuo rapporto con la Diarkos? A chi ti senti di dire grazie per aver realizzato questo libro?
ALESSANDRO – Ah guarda, ci sono arrivato su suggerimento di un collega scrittore due anni fa ormai e sono arrivato già a quattro libri scritti (Messi, Totti, Marilyn Monroe e prossimamente Audrey Hepburn). Quindi sono contento di essermi meritato la loro fiducia. Anche io, come Totti, con Diarkos sono circondato da donne: Miriam e Gloria in particolare, che ringrazio per avermi coinvolto in queste avventure che a me hanno molto divertito. Perchè per me scrivere è divertimento, relax e anche terapia, perchè no.
ILARIA – Nel cassetto quanti e quali sogni hai?
ALESSANDRO – Preferisco non avere troppi sogni, perchè poi la realtà è un’altra. In questo momento mi accontenterei di poter tornare a uscire assieme ai miei amici di sempre, mangiare, bere e sparare cazzate.
ILARIA – Progetti futuri?
ALESSANDRO – Editorialmente in primavera dovrebbero uscire due nuovi libri: uno, appunto, la biografia di Audrey Hepburn sempre per Diarkos, e l’altro una sorpresa che mi son divertito a scrivere tra ottobre e novembre. Lavorativamente o comunque personalmente ho in ballo un progetto, una mia idea, che si chiama “Draftasy” ed è un gioco online che assomiglia al fantacalcio, ma che si basa sui campionati già iniziati: www.draftasy.it.
2021 © RIPRODUZIONE RISERVATA. Correttrice di bozze: Angela Scarano.
Ogni intervista è stata rilasciata telefonicamente, esclusivamente ad Ilaria Solazzo, a titolo gratuito da ogni singolo Artista. La Solazzo a titolo gratuito, senza alcun scopo di lucro, collabora con I-6 curando la rubrica INTERVISTANDO da lei stessa ideata nel 2009.
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