LiberaMente… Alessandro Ruta. Audrey Hepburn. La farfalla di ferro sul blog I-6
7 Maggio 2021

Audrey Hepburn non è stata solo un’attrice, ma il simbolo stesso della grazia e dell’eleganza: un modello di stile, fascino, classe e intelligenza. Una diva mai sopra le righe e una donna speciale, forse fragile, ma particolarmente umana e amata dal pubblico. Un’eterna ragazza che non aveva mai smesso di essere stupita dal dono della vita. Era capace di compenetrarsi profondamente nei personaggi che rappresentava: dalla dolce e ingenua principessa Anna di “Vacanze romane”, alla romantica e delicata Holly Golightly di “Colazione da Tiffany”; dalla semplice Sabrina che sboccia come un fiore al suo ritorno da Parigi, all’araba fenice che parla cockney e sogna il riscatto sociale lontano dal mercato di Covent Garden di “My Fair Lady”. In questo libro riviviamo la sua vita e la sua carriera partendo dall’infanzia, segnata dalla guerra e da un padre poco presente, fino all’ultimo periodo, contrassegnato dall’addio spontaneo al mondo di Hollywood, l’impegno benefico internazionale, specialmente a favore dell’Unicef, e la morte prematura a soli sessantatré anni.

«Ho imparato a essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore» cit. Audrey Hepburn.

L’attrice Premio Oscar Audrey Hepburn, all’anagrafe Audrey Kathleen Ruston Hepburn, è nata ad Ixelles in Belgio il 4 maggio 1929. Quando l’attrice aveva solamente sei anni i genitori divorziano e il padre, il quale simpatizzava per le idee naziste, abbandona i figli e l’ex moglie. Quest’ultima si trasferisce insieme ai bambini ad Arnhem, dove Audrey frequenta il Conservatorio e studia danza. La città verrà poi occupata dai nazisti, che oppressero la popolazione olandese con confische varie che costrinsero alla fame anche la famiglia Hepburn e la stessa Audrey soffrì di malnutrizione. In questo periodo la Hepburn insieme alla famiglia aiutò i soldati inglesi e i partigiani olandesi, nonostante la fame e la povertà. Dopo la Liberazione dell’Olanda, la futura attrice continua a studiare danza ad Amsterdam e Londra ma la sua carriera da ballerina viene ostacolata dalla sua statura fisica e dai suoi problemi di malnutrizione. Decide così di intraprendere la strada del cinema, esordendo sul grande schermo nel 1951 con il film “One Wild Oat”. Il successo però arriva grazie alla scrittrice Colette, che la sceglie come protagonista per la trasposizione di uno dei suoi romanzi. Tra i film più conosciuti che l’attrice olandese ha interpretato ci sono: “Vacanze romane”, nel quale recita insieme a Gregory Peck; “Sciarada” nel 1963 ma soprattutto l’iconica pellicola “Colazione da Tiffany”, nella quale la Hepburn veste i panni di Holly Golightly. Il suo ultimo film è stato “Always – Per sempre” di Steven Spielberg, uscito nelle sale nel 1988. L’attrice ha poi dedicato l’ultima parte della sua vita alla beneficenza e all’aiuto dei bambini del Terzo Mondo, diventando ambasciatrice UNICEF. Audrey Hepburn è morta nel 1993 nella sua casa in Svizzera a causa di un cancro al colon, all’età di sessantatrè anni. Per quanto riguarda la vita sentimentale dell’attrice, la Hepburn ha avuto varie relazioni tra cui quella con l’imprenditore britannico James Hanson e quella con l’attore William Holden. In seguito a queste due importanti relazioni, Audrey ha sposato il collega attore Mel Ferrer nel 1954. Due anni dopo nacque il primo figlio, Sean. Fino al 1968 i coniugi restarono insieme. L’anno dopo l’attrice olandese sposa lo psichiatra italiano Alberto Dotti e nel 1970 nasce il loro bambino, Luca. Nel 1982 anche questo matrimonio arriva al divorzio a causa delle relazioni extraconiugali dei due. Infine, l’ultima relazione importante di Audrey è stata quella con l’attore olandese Robert Wolders, con il quale ha convissuto fino alla morte. 

L’attrice ha sempre avuto, nonostante la notorietà e la ricchezza, un animo umile e gentile. Ha dichiarato in un’intervista: “Si può essere molto infelici a trent’anni, felici a cinquanta, e di nuovo tremendamente infelici a settanta. In realtà, l’età non conta. Si possono avere vent’anni o cinquanta, l’importante è essere felici. E accettare gli altri e se stessi. Io non sarò mai una cinica, o uno di quegli esseri egoisti e ostinati incapaci di crearsi dei normali rapporti umani” cit. Audrey Hepburn.

Alessandro Ruta è nato a Milano nel 1982. Vive tra l’Italia e Bilbao, nei Paesi Baschi. Giornalista e scrittore, ha lavorato per la “Gazzetta dello Sport” ed in Mediaset. Per la Diarkos ha pubblicato “Leo Messi. La Pulce” (2019), “Francesco Totti. Solo un capitano” (2020), “Marilyn Monroe. Voglio solo essere meravigliosa” (2020) e “Audrey Hepburn. La farfalla di ferro” (2021).

LARIA – Audrey Hepburn è forse una delle dive più amate del cinema mondiale: con la sua bellezza e il suo carattere umile e dolce ha stregato quasi tutto il mondo, diventando una vera e propria icona. Quando ti è stato chiesto di scrivere di Audrey ne sei rimasto contento?
ALESSANDRO – Certo, sono stato molto contento perchè è un’attrice meravigliosa, bellissima, piena di valori; non è questione di preferirla a Marilyn, ma è ovvio che, rispetto a quest’ultima, la Hepburn ha una storia più lineare: non ci sono nella sua vita teorie del complotto dietro cosa che purtroppo, quasi puntualmente, avviene nella buona parte dei libri scritti da molti scrittori sulla Monroe con tentativi di spiegazioni o smentite.

ILARIA – Audrey è un mito per tante generazioni. Cosa ti ha colpito maggiormente di lei?
ALESSANDRO – Io non sapevo che lei avesse sofferto così tanto durante la seconda guerra mondiale tanto che vi è un libro quasi interamente dedicato a lei in quel periodo di estrema sofferenza fisica e morale. Era in una città interamente occupata dai nazisti sul fronte della guerra, quindi ha rischiato la vita più volte. Di lei, inoltre, mi ha colpito la storia dell’Unicef e di come è finita la sua vita, ovvero dedicandosi totalmente agli altri con cause umanitarie. La cosa che non sapevo era questo suo legame forte con l’Italia. Non sapevo del suo secondo marito italiano, che avesse vissuto a Roma e che parlasse benissimo l’italiano.

LARIA – Quanto tempo hai impiegato per scriverlo?
ALESSANDRO – Un mese e mezzo, più un mese solo di letture prima di iniziare.

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