Ogni libro (e quell’ogni mi fa un po’ fremere), sì, ogni libro contiene una dose più o meno grande di magia. Il bello del discorso è che tu, per quanto ne possa comprare, rubare, prendere a prestito, rinvenire su qualche bancarella dell’usato, rigirare tra le mani, indeciso se portarli con te o no, quella loro magia non la puoi cogliere se non li leggi.
Alla fine ne pigli uno, lo introduci in casa e lo riponi prudentemente su uno scaffale. Non metterlo mai in un contenitore chiuso perché deve prendere aria.
Una volta mi capitò di incontrare un signore che affermava che il suo appartamento era privo di libri perché erano ancora in cantina, rinchiusi in un infame scatolone, in cui li aveva messi al momento della partenza dal paese natio. Infame era lui, non quel cartone cuboidale. Lo scoprii perché spesso mi capita di chiedere agli amici: dov’è la vostra libreria? Lo so, qualche problema ce l’ho anch’io.
Dopo averli riposti, ogni tanto, passando, dai loro un’occhiata e, se sei psico-strano, dentro di te
gli dici: su, che prima o poi arrivo. E lui rimane silente, ad aspettarti. Senza manco abbaiare. Perché ho scritto tutto questo off topic?
Per tre ragioni. PPP, come mi va di chiamarlo, è l’autore italiano più fuori tema. In secondo luogo perché nessun letterato è stato letterariamente e letteralmente più completo e imprevedibile di lui. In terzo luogo perché è un autore che ho sempre ammirato, e schivato. Ultima questione, prima di terminare quest’assurda premessa, è che io adoro PPP, ma di lui ho letto solo Scritti corsari, acquistato pochi giorni dopo la sua morte. Su una mensola del corridoio, da una vita, sporgono altri sei libri suoi che ogni tanto adocchio con un inspiegabile senso di colpa, ma proseguo poi dritto per i fatti miei.
Intuisco, ma non ne sono certo: essendo lui per me un mito, ho paura che, leggendolo, egli si banalizzi. Compito del presente volume Pasolini – L’uomo che conosceva il futuro di Marco Trevisan è di svegliarmi da quel sonno che definirei mistico.
“Costruita come un docufilm, questa biografia corale si avvale delle voci in presa diretta dei protagonisti, da Moravia ai fratelli Citti, da Maria Callas allo stesso Pasolini, che racconta di se stesso come mai prima d’ora, quasi in una sorta di autobiografia ideale.” – così recita la quarta di copertina.
La prima reazione ce l’ho a pagina 31, della Scena Due, per due versi di una poesia dedicata da PPP alla mamma: “Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data.”
L’autobiografia post-mortem (non so definirla con maggiore allegria) è composta da brevi passaggi tra virgolette, seguiti da lunghi periodi senza di esse. Ne deduco che i primi sono parole letterali di PPP, i secondi sono considerazioni di PPP riportate in forma libera da Marco. Sono anche riportati, con carattere più piccolo, alcuni passi tratti dai suoi libri.
“Solo che, vedete, ‘la mia sofferenza è dovuta al fatto che per me una disgrazia non è mai quella disgrazia lì, ma una disgrazia cosmica, che mette in me forse tutto me stesso. Ogni scacco per me è uno scacco totale.’”
Ricordo certe espressioni del suo viso che non erano di certo gaie e votate all’ottimismo.
Qualcuno parlò dell’universo orrendo di Pasolini. Non so se sia un’espressione dello stesso PPP o l’interpretazione di qualcuno, ma dà in modo atroce l’idea.
Universo orrendo. Quelle due parole rimbalzarono nella mia mente di diciassettenne quando, quell’immonda domenica del 2 novembre 1975, sentii un giornalista di Rai1 aprire il telegiornale delle 13,30 dicendo, con voce emozionata: Forze oscure…
… avevano portato alla morte il noto scrittore e regista PPP.
Due analogie fra PPP e me: dopo aver letto i libri di Salgari, passammo d’improvviso alla lettura de L’idiota di Dostoevskij, anche se, quando mi capitò, avevo una decina d’anni più di quelli che aveva, a suo tempo, lui. Per entrambi, quel principe ingenuo rappresentò “la rivelazione”. E pensare che prima di quel libro che lessi per un tardivo amor filiale (mio padre da anni mi scongiurava di farlo) io rifiutavo di perdere il mio tempo con la finzione letteraria, limitando il mio interesse a saggi, a poesie e ad autobiografie. Questa era un’ulteriore ragione per cui non avevo letto i romanzi di PPP.
Egli passava i suoi più bei momenti presso “le bancarelle del metà prezzo sotto il portico della Libreria Nanni, a pochi passi da piazza Maggiore”, a Bologna. Io mi rivolgevo invece al negozio Remainders di via Emilia San Pietro, a Reggio Emilia.
Nella mia città, PPP c’era stato nel biennio del ginnasio. Risiedeva però a Scandiano: “Ricordo che ogni mattina dovevo prendere il treno per Reggio Emilia, per recarmi a scuola.”
Inquieta la sua frase che apre la Scena tre: “Ciò che si vive istintivamente è sempre enormemente più avanzato di ciò che si vive consapevolmente.”
Risulta evidente la tendenza di PPP di cercare la verità nel mistero di sé e del mondo attraversato da quel sé, che poi doveva essere analizzato razionalmente e trasmesso alla scrittura o alla regia di film: un riportare dal basso quel che poi dovrà essere prima interpretato e poi sublimato.
Freud parlava di istinti, Jung di inconscio razziale e collettivo. Christopher Bollas nel suo recente Le forze del destino, dice: “quanto di questa conoscenza, più complessa dell’istinto animale, che è un’altra manifestazione di una conoscenza non pensata, verrà utilizzato e inserito nell’essere del soggetto dipende dalla natura dell’esperienza che il bambino fa della madre e del padre”.
PPP dice di aver adorato il padre fino all’età di tre anni, poi di averlo considerato una specie di antagonista non solo di sé, ma soprattutto della madre, con cui PPP ha sempre condiviso la propria sorte. Entrambi i genitori, a detta dello psicoanalista inglese, hanno determinato l’inconoscibile imprinting nella mente del poeta.
Il padre, di famiglia nobile e ricca, era innamoratissimo della consorte, d’origine contadina, ma non si sentiva contraccambiato, per cui per anni la maltrattò, riprendendola per la minima imprecisione casalinga. Portò inoltre la famiglia alla rovina a causa del vizio del gioco e della sua eccessiva dedizione all’alcool. A causa del suo impiego quale ufficiale di fanteria, lui e la sua famiglia erano costretti a girare l’Italia.
La poesia riportata all’inizio della mia reazione dà l’idea del rapporto passionale che PPP aveva instaurato con la mamma, che ovunque le stette vicina, fino al giorno che precedette la sua tragica morte.
Egli parla della propria omosessualità, dicendo che: “me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro.” – quasi fosse un corpo estraneo con cui doveva convivere, e che talvolta finiva per tormentarlo, e quasi violentarlo.
Era diversa da quella dell’amico e grande poeta Sandro Penna: “Le differenze umane tra me e lui?” Sandro era un uomo quieto e amichevole, PPP un uomo inquieto e provocatore. In tutto, non solo nel suo stato sessuale.
PPP, dopo aver frequentato il Liceo Classico, si laureò in Lettere col massimo dei voti. Intanto la situazione economica della sua famiglia diventò così disastrosa, che la mamma fu costretta a servire a casa d’altri. Espulso dalla scuola pubblica a causa di una condanna penale, a Roma riuscì a entrare in quella privata.
La specificità di PPP, che rappresentò per tutta la sua vita il suo tormento, e alcuni suoi versi dialettali, gli permisero di farsi notare e apprezzare da eminenti personaggi della cultura, quali Montale, Calvino, Ungaretti e Fortini.
Dopo la pubblicazione e il successo del romanzo Ragazzi di vita, il quasi nullatenente PPP divenne quasi benestante, nonché ricercato da case editrici e riviste: “… ormai ero un personaggio popolare, quasi da rotocalco.” – e la sua opera cominciò a dividere la cultura ufficiale in ammiratori e detrattori.
Divenne amico di scrittori quali la Morante, Moravia, Bassani e Caproni.