Frida Kahlo, il dolore trasformato in arte su La Voce e il Tempo di domenica 21 novembre
18 Novembre 2021

C’è un aspetto che balza subito agli occhi leggendo il libro di Valeria Biotti dedicato a Frida  Kahlo: la passione. La passione per l’arte al 
 femminile, la passione per quelle persone che  hanno vissuto esistenze travolte da dolore però  con forza e amore per la vita; c’è poi la passione dell’autrice e che anima chi vuole raccontare, trasmettere conoscenza, scintille di vita, far amare la bellezza. In questo libro c’è riuscita 
brillantemente, proponendoci un taglio narrativo assolutamente originale, in cui la storia si dipana tra racconto e testimonianza, tra saggio 
e romanzo.
Frida Kahlo (1907-1954), fino a non tanto tempo fa era un’artista di nicchia, oggi, per  un’ampia fascia di persone, costituisce l’archetipo della donna capace di combattere con il  linguaggio dell’arte contro i limiti imposti dalla  malattia, dalla misoginia e dai luoghi comuni. 
Vittima di un’aneddotica biografi ca, Frida è  diventata una figura cult: la ‘fridomania’ ha fatto delle sue opere immagini da gadget, con  risultati spesso pacchiani e svilenti. Il suo mito  però non è nato solo dalla sua opera, quanto  della sua esistenza travagliata, resa a tratti rabbiosa da una forsennata ricerca d’amore e di bellezza.
Moglie - non felice - dell’artista Diego Rivera,  visse nel cono della sua ombra, continuando  comunque a dipingere fi no al termine dei suoi  giorni. La sua è un’iconografi a del dolore in  cui il suo corpo è il manifesto della sofferenza:  anche per tale impronta pittorica, la sua arte è 
stata vista come sintomo di confl itti e squilibri.  Tali atteggiamenti interpretativi hanno in parte  spostato l’attenzione dal linguaggio artistico 
in sé, facendo ingoiare dal mito la personalità  della Kahlo, enfatizzando i contrasti della sua esistenza. 
Le prime opere risalgono al 1926 e rivelano già  quell’impostazione che sarà trasversale in tutta  la sua produzione: la presenza di un profondo 
velo di tristezza, che lentamente si muterà in  rassegnazione, comunque non priva di una  straordinaria vivacità nel porre in luce aspetti  anche dolorosi e violenti della sua travagliata  esistenza.
Con il suo linguaggio, che in alcuni casi riverbera ascendenza naive, la Kahlo non fece propri i grandi temi sociali e culturali del Messico  post-rivoluzionario tipici del suo tempo, ma  guardò piuttosto nel suo privato, sconvolto da  eventi drammatici, che traspaiono in molte  delle sue opere, in qualche caso una sorta di ex  voto per grazie invano invocate. Il dramma prodotto dalla sua sofferenza fi sica  si evince anche nell’ampia serie di autoritratti,  conferme visive della sua condizione dolorosa,  che offusca ogni accenno al sorriso, gettando  inesorabilmente una inattaccabile scorza di tristezza, leitmotiv in tutti gli autoritratti.
Il suo aspetto segnala mutazioni minime  nell’excursus temporale: segno che non siamo  al cospetto di una ricerca di realismo, ma di  una reiterata riproduzione di uno stereotipo  che non raffi gura l’apparenza, ma l’essere.
Massimo CENTINI
Il libro
Valeria Biotti
Frida Kahlo. Strappi, voli e bizzarrie. 
Una vita oltre
Diarkos, pp. 288, euro 1