C’è un aspetto che balza subito agli occhi leggendo il libro di Valeria Biotti dedicato a Frida Kahlo: la passione. La passione per l’arte al
femminile, la passione per quelle persone che hanno vissuto esistenze travolte da dolore però con forza e amore per la vita; c’è poi la passione dell’autrice e che anima chi vuole raccontare, trasmettere conoscenza, scintille di vita, far amare la bellezza. In questo libro c’è riuscita
brillantemente, proponendoci un taglio narrativo assolutamente originale, in cui la storia si dipana tra racconto e testimonianza, tra saggio
e romanzo.
Frida Kahlo (1907-1954), fino a non tanto tempo fa era un’artista di nicchia, oggi, per un’ampia fascia di persone, costituisce l’archetipo della donna capace di combattere con il linguaggio dell’arte contro i limiti imposti dalla malattia, dalla misoginia e dai luoghi comuni.
Vittima di un’aneddotica biografi ca, Frida è diventata una figura cult: la ‘fridomania’ ha fatto delle sue opere immagini da gadget, con risultati spesso pacchiani e svilenti. Il suo mito però non è nato solo dalla sua opera, quanto della sua esistenza travagliata, resa a tratti rabbiosa da una forsennata ricerca d’amore e di bellezza.
Moglie - non felice - dell’artista Diego Rivera, visse nel cono della sua ombra, continuando comunque a dipingere fi no al termine dei suoi giorni. La sua è un’iconografi a del dolore in cui il suo corpo è il manifesto della sofferenza: anche per tale impronta pittorica, la sua arte è
stata vista come sintomo di confl itti e squilibri. Tali atteggiamenti interpretativi hanno in parte spostato l’attenzione dal linguaggio artistico
in sé, facendo ingoiare dal mito la personalità della Kahlo, enfatizzando i contrasti della sua esistenza.
Le prime opere risalgono al 1926 e rivelano già quell’impostazione che sarà trasversale in tutta la sua produzione: la presenza di un profondo
velo di tristezza, che lentamente si muterà in rassegnazione, comunque non priva di una straordinaria vivacità nel porre in luce aspetti anche dolorosi e violenti della sua travagliata esistenza.
Con il suo linguaggio, che in alcuni casi riverbera ascendenza naive, la Kahlo non fece propri i grandi temi sociali e culturali del Messico post-rivoluzionario tipici del suo tempo, ma guardò piuttosto nel suo privato, sconvolto da eventi drammatici, che traspaiono in molte delle sue opere, in qualche caso una sorta di ex voto per grazie invano invocate. Il dramma prodotto dalla sua sofferenza fi sica si evince anche nell’ampia serie di autoritratti, conferme visive della sua condizione dolorosa, che offusca ogni accenno al sorriso, gettando inesorabilmente una inattaccabile scorza di tristezza, leitmotiv in tutti gli autoritratti.
Il suo aspetto segnala mutazioni minime nell’excursus temporale: segno che non siamo al cospetto di una ricerca di realismo, ma di una reiterata riproduzione di uno stereotipo che non raffi gura l’apparenza, ma l’essere.
Massimo CENTINI
Il libro
Valeria Biotti
Frida Kahlo. Strappi, voli e bizzarrie.
Una vita oltre
Diarkos, pp. 288, euro 1